Oltre 1.400 nuove dighe o progetti di deviazione di acque sono pianificati o in costruzione nel mondo e molti di questi interessano fiumi che attraversano più nazioni, rischiando di alimentare potenziali conflitti tra alcune di queste. Un rischio che ci si attende aumenti nei prossimi 15-30 anni in 4 zone calde: il Medio Oriente, l’Asia centrale, il bacino Gange-Brahmaputra-Meghna e i bacini dell’Orange e del Limpopo nell’Africa meridionale.
È quanto evidenzia uno studio – Assessment of transboundary river basins for potential hydro-political tensions – commissionato dalle Nazioni Unite e pubblicato nella rivista Global Environment Change. A condurlo sono stati ricercatori dagli Stati Uniti, dalla Spagna e dal Cile, nell’ambito del Transboundary Waters Assessment Program dell’Onu, dietro indicazione della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite (Unece).
Anche il fiume Nilo, evidenzia lo studio, molta parte dell’Asia meridionale, i Balcani e la parte settentrionale del Sud America sono aree con dighe in costruzione e crescente domanda d’acqua, in cui potrebbero non essere raggiunti accordi efficaci o in cui addirittura non sono state avviate discussioni in merito. Se due Paesi si sono accordati sul flusso e sulla distribuzione dell’acqua laddove è presente una diga a monte, solitamente non si genera conflitto, spiega Eric Sproles, idrologo della Oregon State University e coautore dello studio. È questo il caso del bacino del fiume Columbia tra gli Stati Uniti e il Canada, che hanno siglato un accordo riconosciuto come uno dei più resilienti e avanzati al mondo. Sfortunatamente prosegue lo studioso non accade lo stesso con molti altri sistemi fluviali, in cui entra in gioco una varietà di fattori tra cui il forte nazionalismo, l’aggressività politica, la siccità o le condizioni climatiche in mutamento.
L’Asia conta il più alto numero di dighe proposte o in costruzione su bacini transfrontalieri (807), seguita da Sud America (354), Europa (148), Africa (99) e Nord America (8). Ma è l’Africa a essere soggetto al più elevato livello di tensione idro-politica, con più fattori esacerbanti. Il bacino del Nilo, per esempio, è una delle aree più esposte a controversie del mondo. L’Etiopia sta costruendo diverse dighe su affluenti del Nilo, che devieranno acqua dai Paesi a valle, incluso l’Egitto. A contribuire alla tensione sono anche la siccità e la popolazione in crescita, sempre più dipendente da una fonte d’acqua che potrebbe ridursi. Sono soprattutto le variazioni delle condizioni esistenti, sottolinea Sproles, a generare rischi d’incremento delle tensioni. Oltre alla variabilità ambientale e all’assenza di accordi soddisfacenti, segnala la ricerca, fattori incisivi sono anche l’instabilità politica ed economica e i conflitti armati.
Sproles osserva che il patto sul bacino del Columbia ha funzionato bene anche per la relativa stabilità della disponibilità idrica; al contrario, i modelli climatici suggeriscono che condizioni di maggiore aridità potenzialmente rischiose si potrebbero verificare nei bacini del fiume Orinoco nel Brasile del Nord e nel bacino amazzonico nella parte settentrionale del Sud America. I ricercatori sottolineano infine che le tensioni relative alle risorse idriche non si limitano al consumo umano: sussiste una minaccia globale alla biodiversità di molti dei sistemi fluviali del mondo e il rischio di estinzione di talune specie risulta da moderato a molto alto nel 70% dell’area dei bacini fluviali transfrontalieri.
Fonte : Staffetta Acqua

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