Irrigazione a goccia, desalinizzazione, riciclo e controllo della rete. Ecco come un territorio deserto e arido come quello di Israele ha raggiunto l’indipendenza idrica. Lo spiega Nicola Imberti in un articolo uscito sul IlFoglio.it
In questi 70 anni Israele è diventato un esempio virtuoso trasformandosi da territorio deserto e arido in quello che il Deuteronomio descrive come “un paese di frumento e orzo e viti e fichi e melograni, un paese di olivi da olio e di miele”. Il segreto di questo miracolo, per dirla con le parole di Haaretz, è proprio nella gestione delle risorse idriche. Che sempre di più sta diventando modello da esportare in altre zone del pianeta.
Il primo, decisivo, momento è la costruzione dell’Acquedotto nazionale. Un’opera monumentale (costò il 5% del pil nazionale) inaugurata nel 1964 che servì per portare l’acqua, dal lago di Tiberiade, in tutto il paese. L’Acquedotto, oltre a servire da fonte di ispirazione per lo sviluppo di altre infrastrutture, è la sintesi di un concetto molto semplice: quello del controllo delle risorse idriche e dei flussi dell’acqua.
La questione è, ancora una volta, culturale -sottolinea Imberti nel suo articolo -. Se una risorsa è preziosa, bisogna sapere come viene utilizzata. Cosa va e dove. Nasce da qui la seconda grande innovazione made in Israel: l’irrigazione a goccia. L’acqua viene portata direttamente alle radici della pianta nella quantità necessaria affinché questa cresca e si sviluppi. Nessuna irrigazione a pioggia quindi con un risparmio d’acqua che, secondo i dati forniti da Netafim la società che ha brevettato questa tecnologia, può andare dal 25% al 75% e un incremento delle produzioni del 15%. In realtà c’è chi resta scettico rispetto a questi dati, ma di certo c’è che grazie all’irrigazione a goccia Israele ha trasformato zone aride in zone verdi.
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