Politiche integrate e di ampio respiro, da ricomprendere possibilmente in una Strategia idrica nazionale analoga a quella energetica, ma anche soluzioni al nodo dei livelli tariffari, a quello della complessità della governance e alle lungaggini autorizzative che ostacolano la realizzazione in tempi certi degli investimenti: queste le proposte più a lungo termine di Utilitalia per mettere al sicuro il sistema idrico, presentate accanto a misure di più immediata attuazione utili a contenere il rischio di crisi idrica nel corso di un’audizione svolta alla Commissione Ambiente della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’emergenza idrica in atto in Italia.
A rappresentare la federazione che riunisce gran parte dei gestori d’Italia, con copertura di circa l’80% della popolazione nazionale, il presidente Giovanni Valotti, il vicepresidente Luca Lanzalone (presidente di Acea), il presidente della Commissione Acqua Paolo Romano (ad di Smat) e il direttore generale Giordano Colarullo.
” La situazione di estrema gravità che stiamo vivendo in questi giorni è sicuramente straordinaria perché mai come in questo periodo si era verificato un periodo di siccità così accentuato- ha esordito Giovanni Valotti – ma, ahimè, tutti gli studi più importanti ci dicono che sono situazioni con le quali dovremo convivere anche in futuro. Per via del cambiamento climatico piove di più nel Nord Europa e molto di meno nel Sud Europa, quindi anche in Italia e segnatamente nel Meridione”.
Su un arco temporale di 10-15 anni si può osservare un andamento ciclico del fenomeno della siccità.
“Le nostre aziende si occupano degli usi civili dell’acqua – ha evidenziato il presidente di Utilitalia – ma riteniamo che il tema della gestione dell’acqua debba essere esaminato con una politica integrata che vede negli usi agricoli e industriali una parte sia quantitativamente che qualitativamente rilevante. In questi campi si stanno già sperimentando in Italia tecnologie dell’area smart land: per esempio sulle colture di vigneti pregiati in Franciacorta e in Veneto, dove attraverso l’applicazione di chip, il rilevamento con droni e l’analisi dei dati è possibile ridurre i consumi di acqua e di fertilizzanti del 30% rispetto alle colture tradizionali”.
Esistono, insomma, possibilità di investimento tecnologico alla portata di tutti che potrebbero contribuire alla riduzione dei consumi se il bene acqua divenisse più scarso in futuro.
” Abbiamo lanciato idea della Strategia idrica nazionale – ha sottolineato Valotti – da integrare alla strategia in campo ambientale. Ad oggi, ha notato, è difficile trovare un documento di programmazione integrato. Va invece messa a punto una politica integrata sia in orizzontale (nei vari settori/usi) che in verticale, lungo la filiera idrica. Nel settore idrico, per dispiegare investimenti tesi all’efficiente ed efficace gestione del servizio, è necessario completare il quadro degli affidamenti d’Ambito, in ritardo soprattutto nel Centro-Sud (ma anche al Nord ci sono situazioni in cui i relativi percorsi sono solo in fase di avvio). Ma c’è a monte una questione di governance complessa da semplificare: dato l’intreccio di competenze tra ministero dell’Ambiente, distretti idrografici, Regioni, Enti di governo d’Ambito e Autorità di regolazione nazionale (Aeegsi) potrebbe essere utile pensare a un riordino in modo da assicurare un quadro di riferimento certo”.
C’è poi il delicato e dolente tema delle tariffe.
” Posto che l’acqua, bene pubblico essenziale, va garantita ai cittadini a prescindere dalle condizioni economiche – ha concluso il presidente di Utilitalia – bisogna porsi il problema di quale dev’essere il livello tariffario adeguato per garantire ai cittadini un servizio di qualità. Nel confronto con gli altri Paesi d’Europa l’Italia presenta il livello tariffario più basso e questo spiega la carenza d’investimenti. S’investe meno del necessario, per esempio, per sostituire reti vetuste, che hanno anche più di 50 anni (la durata media sarebbe di 40 anni), e a questo ritmo ci vorrebbero 250 anni per completare la sostituzione.
I dati mostrano che le aziende che servono almeno 1 milione di utenti, negli ultimi 5 anni, hanno investito almeno il 30% in più di quelle con un bacino d’utenza inferiore: le economie di scala rendono i grandi operatori più efficienti”.

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