Smat, Iren, Cap, A2A, MM, Acea, Aqp e Veolia. Gli ad delle principali utility italiane hanno idee chiare su aggregazioni e investimenti nel settore idrico, a partire dalle esperienze e peculiarità dei loro rispettivi territori di riferimento. Al Festival dell’Acqua, introdotti dalla relazione del presidente dell’Aeegsi Guido Bortoni, si sono espressi sul tema degli investimenti e dello sviluppo delle imprese.

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Per favorire gli investimenti necessari al raggiungimento dei livelli qualitativi del servizio attesi, “occorre predisporre corrette garanzie ai finanziatori, perché sostengano i nostri piani di sviluppo. Oggi abbiamo norme stabili, sia nazionali che regionali – ha spiegato l’ad di Smat (Torino) Paolo Romano -, capaci di costituire per i nostri finanziatori garanzie preliminari di sostenibilità. Tuttavia, occorrono certificatori esterni che garantiscano il sistema finanziario sulla sostenibilità dei nostri piani di investimento, quindi attribuzione di rating per le nostre utility”.

“La dimensione ottimale per la gestione idrica può essere raggiunta da aziende che abbiano competenze ed efficienze capaci di generare risorse per fare investimenti”. Questa la posizione dell’ad di Iren (Torino – Genova-Reggio Emilia) Massimiliano Bianco, che sottolinea anche come l’ampia autonomia legislativa regionale non sia perfetta. “In Liguria – ha stigmatizzato Bianco – hanno istituito un nuovo Ato da 44mila abitanti, per non parlare della legge regionale siciliana. La legislazione regionale – ha concluso – va imbrigliata dentro la politica industriale del settore; ben vengano meccanismi di accelerazione e sanzioni, fino all’esercizio dei poteri sostitutivi per raggiungere l’unicità della gestione a livello d’ambito”.

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Le aggregazioni “non possono essere mai fine a se stesse, piuttosto sostenute da logiche di efficienza e di economicità”. Così Paolo Rossetti, direttore operativo di A2A (Milano-Brescia), che punta poi il dito sulle necessarie semplificazioni procedurali: “Ci sono 800 agglomerati sotto infrazioni, un dato che si associa specularmente al basso livello di investimenti in Italia. In mezzo ci sono i tanti decisori pubblici, con procedure ancora troppo farraginose e lunghe. Occorrono maggiore semplificazione procedurale e più capacità di individuare soluzioni innovative per finanziare gli investimenti, anche soluzioni che coinvolgano le comunità locali”.

“La nostra stessa storia testimonia la bontà e la necessità del processo di aggregazione dei vari gestori, siamo nati per generare il flusso di cassa indispensabile alla realizzazione degli investimenti necessari ai nostri territori”. Così il presidente del Gruppo CAP (Milano-Monza Brianza-Varese-Como-Pavia) Alessandro Russo, che ha in particolare legato il fabbisogno per investimenti alle condanne per mancata depurazione.

 

“Il tema chiave é quello della sostenibilitá economico-finanziario del settore. Siamo di fronte a cifre enormi per gli investimenti, enormi per i troppi ritardi accumulati. Occorrono miliardi all’anno e il tema non é solo quello delle aggregazioni, benché queste aiutino”. Questo il pensiero di Davide Corritore, presidente di MM, che osserva come il rischio finanziario sul settre si sia ridotto grazie al nuovo contesto normativo e regolatorio. Eppure la chiave è l’innovazione, tecnologica in particolare, “capace di determinare tempi di rientro degli investimenti sempre più ravvicinati”. E poi innovazione anche dal punto di vista finanziario, “con forme e strumenti di finanza partecipata che finanzino i servizi idrici e con i cittadini come prestatori per opere ad essi destinati”.

Punta sulla “solidarietà nella gestione, capace di abbassare le tariffe per i territori con meno risorse idriche e con più carenze infrastrutturali” la presidente di Acea (e vice presidente di Utilitalia) Catia Tomasetti, per la quale “le aggregazioni societarie servono perché fanno crescere gli investimenti”. E rileva come i dati parlino di “maggiori investimenti per i gestori unici rispetto ai parcellizzati”, ma nacora generalemte “al di sotto di quanto dovremmo: circa 100 euro/ab/anno è il fabbisogno infrastrutturale e impiantistico, mentre i nostri dati segnano investimenti per circa 34 euro/ab/ano”.

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In controtendenza Nicola Di Donna, dg di Acquedotto pugliese: “Negli ultimi venti anni il livello di aggregazione non è troppo differente dai tempi della Galli. Aqp, diventata spa nel 1999, gestiva il servizio in Puglia, Calabria, Basilicata, nella provincia di Avellino. Oggi si limita alla sola Puglia, con trasferimenti tra Regioni di acqua all’ingrosso non sufficientemente regolati. Un’ulteriore criticità è data dalla mancanza di investimenti sulle infrastruttiure primarie di approvvigionamento (dighe) non gestite dagli acquedotti, strutture che da tempo sono prive delle necessarie opere di manutenzione che ne limitano la capacità di invaso e quindi di disponibilità della risorsa. Infine, la scadenza ravvicinata della nostra concessione al 2018. Il rischio – ha concluso Di Donna – è che il Mezzogiorno nel suo complesso e non solo Aqp perdano terreno”.

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“Servono investimenti, innovazione ed efficienza” per Maria Vittoria Pisante (CdA di Veolia). “Apprezziamo il ruolo svolto in questi anni dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e i sistemi idrici, che ha previsto incentivi su investimenti in innovazione ed efficienza energetica”. Sulle aggregazioni, Pisanti ritiene corretto “non dare troppe briglie. Piuttosto – sottolinea – si intendono troppo spesso le aggregazioni come elusivamente orizzontali (grossista-distributore), mentre ci sono infrastrutture regionali che non possono essere spezzettate”.

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