Dal “Rapporto Generale sulle Acque: obiettivo 2020”, presentato da UTILITALIA, luci e ombre sul sistema idrico. Molto da fare su depurazione e dissesto idrogeologico, ma ci sono segnali di crescita: 528 milioni di euro di investimenti a Roma, 200 a Milano, 416 a Torino, 210 a Genova, per nuovi acquedotti e fognature. Anche i cittadini hanno le loro responsabilità: morosità 4 volte superiore ad altri settori.

E’ il Rapporto Generale sulle Acque, presentato da Utilitalia, a rappresentare un po’ la sintesi e il simbolo dei cinque giorni del Festival dell’acqua, in corso al Castello Sforzesco di Milano, che termineranno domani pomeriggio e che hanno visto interventi di 208 relatori, in 37 convegni tecnici e decine di eventi con nomi noti della cultura e dell’intrattenimento ispirati alle risorse idriche.

Un volume in cui sono raccolti  gli effetti e i difetti dell’acqua nel nostro Paese, i danni che può provocare e quelli che siamo in grado di procurare noi,  un confronto internazionale sulla gestione delle risorse idriche e  la spada di Damocle di 200 milioni di euro l’anno che saremo costretti a pagare all’Europa a causa dei ritardi della depurazione.
Un percorso in salita, quello dell’acqua, ma che negli ultimi due anni registra inversioni di tendenza. Luci ed ombre al tempo stesso.

Ad esempio, in Italia paghiamo le tariffe più basse d’Europa – 1,60 euro ogni mille litri in media in Italia, contro i 6,63 che si pagano a Copenhagen, i 5,70 a Berlino, i 4,20 euro a metro cubo che sostengono i parigini i 3,95 che di Londra – ma questo primato paradossalmente non e’ una buona notizia.
Abbiamo infatti poche risorse economiche da investire in infrastrutture e questo si traduce in acquedotti che perdono e mancanza di impianti di depurazione che lasceranno un forte debito ambientale sulle spalle dei nostri figli. Altro che “caso VolksWagen”,  sono in pericolo i fiumi e i nostri mari, comprese le mete turistiche di fama internazionale.

Abbiamo una recente Struttura di Missione del Governo sul dissesto idrogeologico e le infrastrutture idriche che  – ha spiegato ieri  al Festival il responsabile, Mauro Grassi  – per la prima volta ha realizzato un Piano Nazionale per la riduzione del rischio frane e alluvioni, ha fatto approvare  1,3 miliardi di euro per i punti critici del Paese e stanziato 754 milioni di euro che attendono il visto della Corte dei Conti per confluire nelle casse di alcune Regioni.

Nonostante queste somme importanti, relative a stanziamenti non spesi tra il 2000 e il 2010, continua a comandare una farraginosità normativa e una lentezza burocratica che ne rende difficile l’effettivo impiego, come spesso avviene – nel nostro Paese –  per i finanziamenti europei.
Luci ed ombre che riguardano anche il tema degli investimenti, dell’economia e dell’occupazione, relativo al settore delle risorse idriche.
L’ombra è data dai numeri impressionanti: per raggiungere livelli standard su infrastrutture e servizi, in Italia ci sarebbero da investire  – secondo i dati dell’Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas ed il Sistema Idrico, il cui presidente Guido Bortoni è intervenuto nella sessione del Festival dedicata agli investimenti – circa 65 miliardi nei prossimi trent’anni. Traducibili secondo UTILITALIA, in un flusso annuale di circa 5 miliardi, di cui uno per recuperare i ritardi in fognature e depurazione, tra i 2,5 e i 3,5 per sostituzione di reti o manutenzioni straordinari e un altro miliardo di euro per la tutela dei bacini e delle falde idriche.
Inutile dire che gran parte di queste risorse sarebbero da destinare al Mezzogiorno, dove si registrano i maggiori ritardi nelle infrastrutture e nelle forme gestionali.

La luce è data dal fatto che  – si legge in più parti del Rapporto  Generale sulle Acque – dopo decenni di immobilità del settore e sfiducia del settore creditizio per un comparto dalle normative instabili, il lavoro dell’AEEGSI sul Metodo Tariffario sta producendo una nuova attenzione dal mondo finanziario.
Per un settore che conta su soldi pubblici  solo per il  10,8% degli importi necessari (il resto coperto dal ricorso al credito), è importante poter ricorrere a finanziatori esterni trovando ascolto.

Nel 2014, sulla base di questa nuova fiducia,  sono stati finanziate opere per 1,8 miliardi di euro, segnando un +14% rispetto al 2011.
Il quadro è oltretutto destinato al miglioramento, con ACEA di Roma che dichiara di voler investire 528 milioni di euro e la presidente Catia Tomasetti che al Festival ha invitato le aziende ad “aggregarsi perchè i dati parlano di maggiori investimenti per i gestori unici, rispetto ai parcellizzati”. A Milano, la società MM spa, mette sul piatto degli investimenti 200 milioni di euro per rinnovare acquedotti e fognature.
Riconosce –  Paolo Romano, amministratore delegato di SMAT che a Torino investirà 416 milioni nel servizio idrico –   che “oggi abbiamo finalmente norme stabili, sia nazionali che regionali, capaci di costituire per i nostri finanziatori garanzie preliminari di sostenibilità”,  ma ritiene utili “certificatori esterni che garantiscano il sistema finanziario sulla sostenibilità dei nostri piani di investimento, attribuendo livelli di rating per le nostre utility”.
Una nuova stabilità normativa che tutti i gestori si raccomandano di non abbandonare, compresa IREN  – che a Genova investirà 210 milioni di euro in depuratori –  il cui AD, Massimiliano Bianco  ha dichiarato al Festival che “la legislazione regionale andrebbe imbrigliata dentro la politica industriale del settore. Ben vengano meccanismi di accelerazione e sanzioni, fino all’esercizio dei poteri sostitutivi per raggiungere l’unicità della gestione a livello d’ambito territoriale ottimale”.

Il presidente di Utilitalia Giovanni Valotti la vede in modo ancor più drastico: “non è più tollerabile che, mentre la legislazione nazionale spinge in modo netto verso le aggregazioni, l’applicazione a livello locale si trasformi in leggi regionali che puntano esattamente all’opposto”.

Ma se i ritardi burocratici, il labirinto normativo e le responsabilità degli amministratori locali sono tra le cause di molti ritardi e disastri idrogeologici – come hanno sostenuto ieri insieme al Festival Gian Antonio Stella, Mario Tozzi e Luca Mercalli – anche i singoli cittadini hanno la propria parte di responsabilità.

Restiamo il Paese nel quale a fronte di aumenti di bolletta di 10 euro l’anno, si legge il titolo “stangata sulle bollette”, ma consumiamo e sprechiamo più acqua di tutti i nostri vicini europei (circa 200 litri per abitante al giorno, con punte ben più elevate, contro una media europea inferiore ai 165).
Abbiamo un tasso di morosità nell’acqua del 4,3% contro un  1,2% delle bollette energetiche.
Restiamo tra i maggiori consumatori di acque minerali al mondo, nonostante il nostro territorio sia ricco di falde di ottima qualità e siamo l’unico Paese in cui al tavolo del ristorante appare quasi disdicevole chiedere un bicchiere d’acqua di rubinetto, tanta l’abitudine a stappare bottiglie.
Ma anche qui filtra un raggio di luce, grazie alle cosiddette Case (o Chioschi) dell’Acqua, che erogano l’acqua di acquedotto, refrigerata e gassata e che stanno cambiando le nostre abitudini.
Sono arrivate a 1381 nel 2015 (erano 354 nel 2011, al primo Festival dell’Acqua) e sono presenti in tutte le Regioni – con il primato di 406 in  Lombardia anche grazie anche alle 39 installate ad EXPO.
A quanto pare, faremo a meno di 200.000 bottiglie di plastica da un litro e mezzo e 80 mila chilogrammi di PET da inviare in discarica.

 

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