Mare e terra legati dal blu: il colore dell’ acqua. Quello da tutelare e valorizzare nei mari, negli oceani, ma anche nei campi. Per questo si parla di «agricoltura blu», conosciuta anche come «conservativa», che preserva l’ ambiente e che sta conquistando anche l’ Emilia-Romagna: qui in pochi anni si è passati da zero a oltre 900 ettari coltivati con questo metodo. Di cosa si tratta?

Lo spiega, in sintesi, Gianpaolo Sarno funzionario regionale che si occupa della misura del Psr (piano sviluppo rurale) al Corriere Imprese ( Edizione Emilia Romagna)  : «Si basa su tre principi: la riduzione delle lavorazioni, la semina diretta e l’ eliminazione dell’ aratura; copertura del terreno non asportando la paglia o con la semina di varietà di copertura; rotazione delle colture». Il terreno non si ribalta e non si scava. Meno lavoro per non disperdere il nutrimento della terra: lo sfruttamento intensivo del suolo causato dalla lavorazione meccanica intensiva priva in alcune delle zone della regione sta provocando infertilità e in collina l’ erosione, preludio del dissesto idrogeologico. Un elemento fondamentale, come sottolinea il funzionario regionale, è quello idrico: «Il terreno non lavorato assorbe e tiene più acqua» che, dunque, non si disperde e non si spreca. Una (non) coltivazione che fa bene all’ ambiente perché si usano meno macchine agricole, di conseguenza meno consumo di carburante e meno emissioni.  Risultato positivo per l’ ambiente e per l’ economia, che libera tempo per i contadini: «Mi sono confrontato con gli agricoltori e mi confermano che non devono più passare luglio e agosto sul trattore per arare e così possono portare la famiglia in ferie o ampliare la superficie da seminare».

L’articolo sul Corriere Imprese approfondisce anche i benefici economici. Ci sono?

Dalla cooperativa Il Raccolto – dopo dieci anni di sperimentazione – la risposta è affermativa. Lavorano su una superficie di 2.000 ettari dedicata a cereali, soia, girasole, erba medica suddivisa in cinque paesi della pianura bolognese: «Nei primi due o tre anni si ha una riduzione della produzione, con la messa a regime però si torna ai livelli precedenti». Sono i numeri forniti dal presidente Eros Gualandi che precisa: «Non si può avere una produzione accrescente, se non forzando gli input tecnici come fertilizzanti e lavorazioni». Ovvero si tira il freno a mano sulle potenzialità del terreno, ma la scelta in alcuni casi è obbligata: «Si tratta di un investimento a medio -lungo termine – sostiene l’ agricoltore – che permette di risolvere o almeno attenuare il problema della perdita di fertilità dovuta alle modifiche della struttura organizzativa delle nostre aziende agricole». Il presidente fa un po’ di storia agricola regionale: «Fino al primo Dopoguerra dal Reno all’ Adriatico le stalle assicuravano il letame e, quindi, la materia organica, poi perso il legame con la zootecnia è sorto il problema. Discorso diverso dal Reno a occidente, quindi verso Modena e Reggio Emi lia, dove si registra un apporto molto elevato. Una media regionale sarebbe buona, ma è quella dei polli con scarsità ed eccesso a seconda delle zone». Sulla bontà dell’ agricoltura blu è convinta l’ assessore regionale Simona Caselli: «È scientificamente comprovata l’ efficacia nel preservare la sostanza organica nel suolo». La tecnica funziona e porte aperte ai finanziamenti: «Al primo bando del Psr pubblicato a fine 2015 hanno aderito 36 aziende per una superficie complessiva superiore ai 900 ettari – elenca i numeri l’ assessore -. A fine 2017 usciremo con un secondo bando che permetterà di raddoppiare le superfici convertite al metodo conservativo».

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