Se l’acqua scarseggia, ci pensano i big data. In Italia gli acquedotti perdono fino al 46% dell’acqua che dovrebbero consegnare ai cittadini. Lo ha calcolato Utilitalia, l’associazione che rappresenta le aziende di servizi pubblici, in uno studio presentato alla fine di gennaio. Gli osservatori non si stupiscono. Il 60% degli impianti ha più di trent’anni e il 25% supera i 50. E la manutenzione costa a ogni italiano circa 41 euro all’anno, contro gli 80 che sarebbero necessari per un programma completo di intervento.

L’Italia è uno dei Paesi dove l’acqua costa meno. Utilitalia stima che a Roma un metro cubo di acqua si paga 1,35 dollari, contro, ad esempio, i 6,03 dollari di Berlino, i 5,06 dollari di Oslo e i 3,91 dollari di Parigi. Solo Mosca e Atene sono più convenienti, ma anche i loro acquedotti lasciano a desiderare. Le annose perdite delle reti idriche italiane non sono solo un affronto al consumo responsabile delle risorse naturali. Rappresentano anche un pessimo investimento. Il World economic forum ritiene che l’acqua sarà la principale questione politica dei prossimi dieci anni.

Nel 2030 si stima che il bisogno di acqua supererà del 40% le risorse disponibili e che il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree dove l’acqua scarseggerà. Il rischio di idrico non è più circoscritto alle tradizionali regioni aride, come Africa, Medioriente, nord dell’India e regioni interne delle Cina, ma riguarderà le città. Entro il 2025 4 miliardi di persone in più abiteranno nelle metropoli del pianeta e si stima che ogni cittadino consumerà una quantità di acqua 2,5 volte superiore ai volumi attuali.

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